Imperialism: The Highest Stage of Capitalism

Imperialism: The Highest Stage of Capitalism - Vladimir Lenin

'Globalisation' is the buzzword of the 1990s. VI Lenin's Imperialism: The Highest Stage of Capitalism was one of the first attempts to account for the increasing importance of the world market in the twentieth century. Originally published in 1916, Imperialism explains how colonialism and the First World War were inherent features of the global development of the capitalist economy.In a new introduction, Norman Lewis and James Malone contrast Lenin's approach with that adopted by contemporary theories of globalisation. They argue that, while much has changed since Lenin wrote, his theoretical framework remains the best method for understanding recent global developments.

Published: 1996-08-20 (Pluto Press)

ISBN: 9780745310350

Language: English

Format: Paperback, 192 pages

Goodreads' rating: -

Reviews

Isador rated it

Gewoon absoluut canoniek - even weinig te versmaden als Kapitaal. In de eenentwintigste eeuw vallen oorlog, banken, crises en bedrijven niet te begrijpen zonder dit korte, toegankelijke werk. Lenin zet in Imperialisme met behulp van cijfermateriaal in tabellen en gecontrasteerd met de geschriften van burgerlijke economen met rode pels de verregaande industriële monopolisering in de kapitaalkrachtigste westerse landen (+ Rusland/Japan) uiteen, alsook de almacht van de banken, de economische marktpartitie van de wereld, de criteria van imperialisme en analytische miskleunen van eerdere theoretici. Dat laatste is tegenwoordig misschien minder relevant, maar het boek in haar volledigheid blijft onmisbaar.

Issy rated it

Hauntingly accurate in its predictions of finance capital. Eerily prescient of the 2008 bank bailouts and America's overseas adventurism during the last 110+ years. Lenin does a fine job of highlighting the inherent flaws and contradictions of capitalism, and how monopolies and imperialism hurt us all, especially the peoples of abused territories. Many references to economists and historians I am unfortunately unfamiliar with, yet many cited facts and insightful accessible data via charts and graphs.

Byrle rated it

Leggere Imperialismo: fase suprema del capitalismo oggi, a 100 anni dalla Rivoluzione dOttobre ma soprattutto a 30 dalla caduta del Muro di Berlino e quella conseguente del socialismo reale, non è esercizio storico relegato alla situazione economico-politica del secolo scorso ma fondamentale tappa di conoscimento di un concetto quello di imperialismo che ha visto, nel momento del suo temporaneo trionfo pratico, la scomparsa non solo nellopinione pubblica ma anche in quella parte politica, la Sinistra, che questo ha sistematizzato e in special modo combattuto.Lenin, uomo del suo tempo, scrive Imperialismo durante lesilio svizzero, proprio mentre sul continente europeo imperversa limmane carneficina dei proletari voluta dagli imperi, la Prima Guerra Mondiale. Come lo stesso Lenin scrive, questopuscolo serve «per comprendere la guerra odierna, la situazione politica odierna». Per redarlo, il rivoluzionario approfondisce Marx ed Engels, studia i monopoli tramite Levy (Monopoli, cartelli e trust) e Liefmann, entrambi economisti classici, raccoglie una materiale per confutare la sua tesi.La base però per la sua analisi è lo scontro con Karl Kautsky, leader socialdemocratico tedesco e ideatore dellultraimperialismo come fase ulteriore dello sviluppo capitalistico, riassumibile in unintesa fra le forze imperialiste come punto darrivo delle lotte fra capitalisti-imperialisti i quali, di punto in bianco, avrebbero deciso di abiurare alle armi. Questa tesi non è soltanto stata smentita da Lenin ma dalla storia: la pubblicazione del Der Imperializmus di Kautsky è infatti contemporanea allo scoppio della Prima Guerra Mondiale.Il ventennio che precede la guerra vede uno straordinario progresso tecnologico, laumento della produzione agricola e industriale, la diffusione dellelettricità, lestensione delle ferrovie e delle rotte di scambio, oltre che dei trasporti urbani, segnando una sempre maggiore interdipendenza delle economie nazionali, tanto che per la prima volta si parla di formazione di una economia mondiale. In questi stessi anni, avverte Lenin, si hanno fenomeni di concentrazione e trustificazione: in una parola, le imprese esistenti sfruttano il loro potere di mercato per unirsi tramite accordi (trustificazione) o fondendosi del tutto (concentrazione). Le grandi imprese aumentano di dimensione diminuendo di numero: si formano i gruppi monopolistici e i monopoli. È in quel periodo infatti che per far fronte al carattere monopolistico delleconomia vengono varate le prime ma inefficaci leggi antitrust.Questa fase di formazione monopolistica prende per Lenin il nome di imperialismo. Esso è, appunto, una fase, ovvero un momento del processo di accumulazione capitalistica studiato da Marx nel Capitale. Tale fase è connaturata da una contraddizione: se è vero che il capitalismo è un «mezzo storico per lo sviluppo della forza produttiva materiale e la creazione di un corrispondente mercato mondiale», come può esso giungere alla sua fase suprema nella forma del monopolio che è, a detta degli economisti classici, una forma imperfetta di mercato?Lenin capisce dunque che la libera concorrenza è la via verso il monopolio, il quale necessita per sua natura di sempre maggiore spazio per poter svilupparsi e tratte profitto.«Si monopolizza la mano dopera qualificata, si accaparrano i migliori tecnici, si mettono le mani sui mezzi di comunicazione e di trasporto [] Viene socializzata la produzione, ma lappropriazione dei prodotti resta privata» [pp. 57-58]. Lo stesso sventolare della legge di libera concorrenza ha provocato la nascita del grande monopolio: e come poter dar torto a Lenin di fronte agli immensi gruppi del farmaco, dellalimentare, dellabbigliamento, della produzione di sistemi operativi (tre aziende controllano il mercato libero), delle-commerce, della finanza (ampiamente analizzato da Lenin nel capitolo II)? «Mentre nei periodi di prosperità industriale i profitti del capitale finanziario aumentano a dismisura, in quelli di decadenza industriale le imprese piccole e deboli vanno a picco; allora le banche «partecipano» alla compera a buon mercato di queste piccole aziende o al «risanamento » e alla « riorganizzazione» delle imprese dissestate».[p. 90]La necessità del capitale è momentaneamente tamponata dalla sua esportazione. Secondo leconomista Michael Dobb, ciò assicura «nelle zone coloniali [] privilegi quasi monopolistici», operando contro la tendenza alla caduta del profitto che si riscontra nel capitalismo.Come agisce il capitalista nelle zone coloniali in cui ha esportato, con le armi o senza, il capitale? Acquistando forza lavoro a un costo minore rispetto alla madrepatria e aprendo, di fatto, campi di sfruttamento allestero. Ciò produrrà sì sviluppo nei paesi coloniali sostituendo gli aratri alle zappe, ma sempre in modo diseguale rispetto allo sviluppo nei centri di comando del capitalismo. Se Lenin analizzava lineguale distribuzione della rete ferroviaria fra madrepatrie e colonie, oggi potremmo confrontare lutilizzo della rete Internet fra paesi del Primo Mondo e quelli del Terzo.Lenin afferma dunque che «il capitalismo si è trasformato in sistema mondiale di oppressione coloniale e di iugulamento finanziario della schiacciante maggioranza della popolazione del mondo da parte di un pugno di paesi progrediti» la cui «spartizione del bottino ha luogo fra due o tre predoni di potenza mondiale, armati da capo a piedi, che coinvolgono nella loro guerra, per la spartizione del loro bottino, il mondo intero». Questo sistema ha sviluppato allepoca di Lenin una minoranza della popolazione nella minoranza degli Stati colonizzatori, lasciando indietro la maggioranza in quegli stessi Stati e la totalità degli Stati colonizzati. E ciò che Lenin chiama parassitismo e putrefazione del capitalismo.Lanalisi di Lenin non ha perso dunque la sua attualità, specie dopo la caduta dei regimi socialisti: lavanzamento delle economie di mercato, laccrescimento del capitale azionario, linterconnessione sregolata dei mercati nazionali nel grande mercato globale lesempio più evidente è quello dellUnione Europea i forti movimenti di emigrazione (dal sud al nord del mondo, dalle piccole città alle grandi città globali), la iper-concentrazione della ricchezza e dei capitali nelle mani di pochi individui e imprese e lesportazione nelle aree più povere tramite il meccanismo degli accordi di libero scambio e delle unioni economiche ha fatto parlare alcuni di neo-colonialismo. Ciò che cè di nuovo è però solo lapparente assenza di violenza: se prima le potenze imperialiste usavano le cannoniere ai porti di Shangai o luso della forza come per la spartizione dellAfrica, oggi usano gli accordi e i trattati ponendo le deboli nazioni del globo di fronte allaut-aut «o noi, o la fame». Ciò però non ha impedito che dallAmerica Latina allAfrica, dallEuropa al Medio Oriente scoppiassero guerre, anche solo economiche, per lasservimento dei governi nazionali e il dominio delle risorse naturali e della popolazione. La lettura di Lenin aiuterà dunque anche i più scettici nel comprendere come i tempi siano più che maturi per rimettere al primo posto delle agende politiche radicali la lotta allimperialismo, in patria e fuori.

Burton rated it

Inside the thicket of familiar Communist polemic are some thought-provoking and still-relevant insights.In the 1990s I used to read The Globe and Mail, and one of my favorite contributors was Donald Coxe, who had a column in the business section. Coxe is an investment analyst and he manages one or more mutual funds of his own. Recently I was reading an interview with him on BullionVault.com, a British website devoted to buying and selling gold, and in the course of it he mentioned this book by Lenin, praising it as a brilliant analysis of how the business machinations of the European powers led to World War I. Intrigued by this recommendation from a capitalist I respected, I took the plunge and bought my own copy of Lenin's Imperialism.Now I've read it, and while I think that Mr. Coxe overstated the quality of this book, I did find some valuable ideas in it.First the negatives: this is a Communist tract that is mainly preaching to the converted. It is filled with the typical rhetorical clutter of name-calling, sarcasm, and ad hominem jabs, all of which severely impair the seeming objectivity and credibility of the author. He spends much time excoriating other Marxist authors for their perversion of Marx's doctrines. And it doesn't help that Lenin himself went on to become a dictator and a tyrant.Allowing for all of that, I found the book to be of definite interest. For one thing, Lenin is comfortable with facts and figures, and he presents a number of short tables showing the growth of industrial and then banking monopolies and cartels in 19th-century Europe and America. He observes how the frenzy of colonial land-grabs of the late-19th century followed hard on these developments, and he infers a causal connection: The original capitalism of free trade, which had made England so rich, had evolved to a later stage of monopolistic capitalism, in which competition has given way to coercion. He gives plenty of persuasive evidence of the predatory and anticompetitive behavior of the cartels in steel, railroads, oil, and electricity, to name a few. The tycoons at the top divided the world into fixed territories and set the prices. If competitors appeared, they were bought out or crushed.Profits are bigger if you control the cost of raw materials yourself; this is achieved by capturing the territory where they're produced. This is where a national element enters, for the cartels of different countries don't necessarily play nicely with each other; their agreements can collapse. The cartels of each country drive their country's colonial agenda. Lenin shows how Earth was completely parceled into colonies in the second half of the 19th century. And since World War I led to a big realignment of these, one has to wonder what role colonial competition played in that ferocious conflict.In the last century, most colonies have achieved nominal independence. But war remains a big business. Why exactly is it that one country--one possessing vast resource wealth--is invaded to seize its nonexistent "weapons of mass destruction", while another country--one possessing no resource wealth--is left alone, despite actually possessing such weapons? I'm speaking of Iraq and North Korea, but other examples come to mind.War is justified to credulous voters in terms of ideology, "security", or even emotional slights; but its real business appears to be what it has always been: the seizure of assets by force.V. I. Lenin saw this 100 years ago. He thought that Marxism was the cure. Apparently it isn't. So the disease rages on.The ancient dictum still applies: cui bono?--"who benefits?" Or, in the words of the Watergate source Deep Throat: "follow the money." Lenin followed the money, but neither he nor anyone else has been able to do much about it.

Sig rated it

It is a very good book indeed, and a very good collection from Penguin - Great Ideas.The essay itself explores what V.L. Lenin considers to be the high stage of capitalism - Imperialism. Throughout this Marxist essay, not only does Lenin tries to explore all the related definitions within the social concept of Imperialism, but also does the very good exercise of exposing some of Kautsky's weakness regarding economic criticism on Imperialism.It is a very good read!